24
Set
2017

La demonticazione

Neanche il tempo di smaltire le fatiche del viaggio in Toscana che, tornati in Valle, ci troviamo nuovamente in piedi all’alba, a macinare chilometri su e giù per le montagne. Con la fine dell’estate è arrivato il momento della «demonticazione», la transumanza al contrario: dagli alpeggi in quota dove hanno trascorso gli ultimi mesi, le mandrie vengono ricondotte in pianura per passare l’inverno al caldo delle stalle. Forte ormai della mia esperienza di pastore-videomaker, maturata a luglio in occasione della salita ai pascoli, non mi faccio ripetere due volte l’invito di Mauro a prender parte a quest’ultimo, malinconico appuntamento.

L’aria è fredda a duemila metri, ma la bellezza del paesaggio, bruciato dalla siccità e dall’autunno incipiente, ripaga di ogni disagio e scalda l’anima come il fuoco di una stufa. Neanche a dirlo, la nostra piccola mandria è dispersa al pascolo nei punti più impervi, proprio sotto le creste a oltre 2400 metri, e ci tocca salire un bel po’ per radunarla. Mauro lo aveva predetto: le vacche, a sentir lui, sono in grado di comprendere tutto, persino più di cani e cavalli. Consapevoli che la breve vacanza è giunta al termine, non ci stanno a lasciare il loro paradiso privato. Non so dire se sia vero o meno, ma una cosa è certa, perché l’ho imparata in prima persona: la sensibilità di questi animali è qualcosa di commovente.

Ci separiamo e a me tocca arrancare lungo un ripido canalone per raggiungere un gruppo particolarmente ribelle. Basta poco tuttavia a convincerle, e in breve la mandria al gran completo, toro e vitelli inclusi, è radunata su un pianoro e pronta a mettersi in marcia. Tra spaventosi muggiti di protesta inizia il momento più delicato della giornata, la lenta discesa lungo l’aspro e scosceso versante della montagna. Sono le vacche, adesso, a scegliere il percorso, e noi non possiamo fare altro che seguirle e cercare di indirizzarne il cammino, per evitare che si mettano nei guai infilandosi in qualche passaggio troppo impervio. Cosa non sempre facile, perché la montagna nasconde insidie dietro ogni angolo, tra canaloni, gole, acquitrini e ripide pietraie.

Tutto fila liscio e in meno di un’ora ci troviamo all’imbocco della mulattiera che ci condurrà a valle. Da adesso in poi, il pericolo maggiore è che le vacche, perennemente affamate, si disperdano per i prati in cerca degli ultimi fili d’erba. Come sempre ci pensa Mauro, in coda alla carovana, a ricompattare il gruppo con le solite urla e imprecazioni. Il mio ruolo è ancora quello di guida ma stavolta, rispetto al viaggio di andata, le vacche mi vengono dietro con più diligenza.
«Vouta, vouta! Aleeee, anduma!!» urlo fino a sgolarmi, fiero e sicuro come un provetto pifferaio magico. Sembra che il mio dialetto da pastore occitano sia notevolmente migliorato, o forse sono le vacche, anime belle e pazienti, ad essersi abituate alla mia parlata misto romano-piemontese.

Senza grossi imprevisti arriviamo sull’asfalto, dove inizia la lunga discesa fino alle borgate, tra la curiosità di ciclisti e automobilisti che si fermano al lato della strada al nostro passaggio, armati di videocamere e macchine fotografiche per strappare un ricordo da quest’incontro inaspettato. Arrivati a destinazione c’è ancora tempo per radunare la mandria su un prato e concedere alle mucche stanche una pausa e un meritato spuntino. Mentre aspettiamo l’arrivo del camion, Mauro ne approfitta per mungere un’ultima volta la gigantesca rossa che, col suo latte, ci ha regalato per tutta l’estate una continua fornitura di deliziose e freschissime tome.

Inevitabile, arriva infine il momento dei saluti. Di fronte al cassone spalancato le vacche indietreggiano e muggiscono spaventate: a questo punto, è evidente, hanno di certo capito cosa le aspetta. Immagino una scena strappalacrime e sento già lo stomaco chiudersi, ma poi, tutto sommato, le cose vanno più veloce del previsto. Convinta una mucca a salire, le altre non fanno che seguirla e in pochi minuti sono tutte sui camion.
Emozioni contrastanti mi scuotono: da un lato la soddisfazione per aver portato a termine con successo la delicata operazione e, soprattutto, l’impagabile felicità per aver provato ancora una volta, sulla mia pelle, l’esperienza magica della transumanza. Dall’altro la malinconia nel vedere la mandria andar via e, con lei, gli ultimi scampoli d’estate e uno dei ricordi più belli di questi due anni e mezzo vissuti in Valle Maira.






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